Un sano appetito

Foto di Davide Cassanello
Foto di Davide Cassanello

Il mio prozio Diego, il più grande dei sei fratelli di mia nonna, era stato rinchiuso nel campo nazista di Buchenwald, nella Germania orientale, per oltre un anno. Non aveva sangue ebreo, ma la sua colpa fu quella di essere, al momento della proclamazione dell’armistizio, un ufficiale dell’aeronautica italiana che non aveva accettato di tradire la sua patria e come tale fu fatto prigioniero di guerra e deportato nelle stesse condizioni di altri milioni di sfortunati europei dell’epoca, travolti dalla follia della Storia.

Lo ricordo come un uomo intelligente e buono, che amava raccontare favole e fiabe ogni volta che veniva a trovare il ramo sardo della famiglia e che ascoltavo per ore ferma sugli scogli di Villasimius, mentre mangiavo patelle, quando da bambina mi stancavo di correre e saltare da una roccia all’altra rischiando sbucciature e contusioni.

Era molto alto, asciutto, dalla pelle chiara spruzzata di lentiggini, con una barba bionda rossastra e una piccola aureola di capelli sulla parte bassa della testa. Girava sempre con la pipa in bocca, spandendo per la casa dei miei nonni un profumo dolce e pungente che non avevo mai sentito prima. Non lo vedevamo spesso, ma la sorella aveva sempre notizie aggiornate sulla sua vita al di là del mare.

Una volta, diversi anni dopo, quando avevo circa tredici anni, ricordo che andammo a trovarlo a Frascati, dove viveva con la moglie e la figlia, in una casa circondata dal verde. Probabilmente ci siamo fermati da loro prima di riprendere la nave per tornare in Sardegna.

Era il periodo dei collegiali con la nazionale italiana di ginnastica ritmica, sei mesi di ritiro in giro per lo stivale, di allenamenti sfiancanti, in attesa del campionato del mondo di Bruxelles; per questo avevo un aspetto piuttosto sciupato e stanco.

Attorno a un tavolo di legno scuro la conversazione vagava leggera su argomenti familiari sino a quando non fu il mio turno per raccontare l’esperienza sportiva che stavo vivendo lontano da casa.

A quell’epoca, il chiodo fisso per tutte noi ginnaste della squadra, a parte la nostalgia e la pesantezza dello sforzo fisico al quale eravamo sottoposte, era il cibo: venivamo pesate tutti i giorni, avevamo una dieta molto rigida da seguire e non appena riuscivamo ad avere un minuto libero e un po’ di energie non facevamo altro che parlare di quello che le nostre mamme cucinavano e di quello che avremo mangiato una volta ritornate in famiglia.

Compravamo merendine e cioccolati di nascosto, li nascondevamo nei posti più impensabili e non dimenticherò mai l’ansia che provavamo durante le perquisizioni nelle nostre stanze, quando le allenatrici sospettavano che mangiassimo di nascosto.

Non sprecavamo mai una briciola del nostro pezzo di pane, ripulivamo con cura i piatti e li restituivamo bianchi immacolati; ingoiavamo la buccia delle mele e ogni tanto anche qualche parte del torsolo.

Insomma, raccontai tutte queste cose che di solito impressionavano molto le persone che mi ascoltavano, ma lui, lo zio Diego, a differenza degli altri, restò impassibile, immobile e non si scompose.

Mi fece parlare, sfogare e ovviamente mi offrì qualcosa da mangiare che accettai volentieri.

Dopo un po’, mentre ripulivo il piatto come da abitudine, mi disse con la sua voce un po’ roca e l’accento romano:

“Senti cara, ma hai così tanta fame che quando sei lì con la squadra nazionale mangeresti anche la buccia delle patate?”

Io sbarrai gli occhi e scossi la testa: non mi era mai saltata in mente una cosa del genere.

“E un topo? Lo mangeresti?”

“No! Un topo no e neppure la buccia delle patate.” Confessai con lo sguardo colpevole.

Dopo un breve silenzio lo zio Diego impugnò la pipa, se la mise in bocca, sorrise e mi guardò negli occhi.

“Bene cara, allora sappi che la tua non è propriamente fame, quella è un’altra cosa. Il tuo è soltanto un sano appetito.”

Lo zio Diego è stato liberato da una colonna di soldati russi poco dopo l’evacuazione del suo campo. Si trovava su un convoglio diretto ad Auschwitz dove sarebbe stato ucciso nelle camere a gas, se il treno non fosse stato intercettato dagli alleati. Per sottolineare la proverbiale meticolosità e rigidità tedesca nelle imprese nobili come in quelle più atroci, ci raccontò che, nonostante i nazisti stessero perdendo la guerra e la nazione stesse precipitando nel caos, l’ultimo vagone del treno conteneva gli effetti personali, scrupolosamente classificati, e i documenti di tutti i prigionieri del convoglio, cioè tutto quello che era stato requisito al momento dell’arresto e che gli venne restituito una volta tornato libero.

Era alto quasi un metro e novanta ed era arrivato a pesare circa quanto pesavo io durante i collegiali.

La notte, nei mesi successivi alla liberazione, dormiva con una scatola di strutto e un cucchiaino sotto il letto per placare i morsi della fame che lo sorprendevano nei momenti più impensabili.

Continuò ad avere qualche problema con le briciole sulla tovaglia, che non riusciva a ignorare anche nei pranzi ufficiali, quando sedeva con altri militari tra stellette e divise.

Morì qualche anno dopo e non ebbi più l’occasione di chiedergli i dettagli della prigionia e quanti topi avesse mangiato.

Mia nonna mi ha sempre detto di avere conservato da qualche parte le lettere che lo zio Diego le aveva spedito dal campo di Buchenwald. Ho rovistato parecchio tra le scatole ammuffite e i documenti ingialliti, tra tutte le strane reliquie delle soffitte, ma non le ho mai trovate.

Tuttavia, non ho ancora smesso di cercarle.

 

9 risposte a home

  1. carlo scrive:

    ciao Silvia,
    anche io ho avuto la fortuna di ascoltare questo racconto, forse direttamente dalla voce del protagonista, e mi è sempre rimasto impresso in modo indelebile.
    Così come ho avuto modo di ascoltare la voce di nonna Wanda ricordare il freddo sotto le coperte che la riparavano dalla neve sulla banchina della stazione di Mandas, dove ha passato la prima notte da sfollata durante i bombardamenti “alleati” di Cagliari.
    Quello è un mondo che noi non abbiamo vissuto, che i nostri figli neanche concepiscono, che alle volte deridono come qualche cosa di irreale.
    Ma è successo, e chi ci è passato non può semplicemente dimenticare.
    Carlo

    • angeliepietre scrive:

      Ciao Carlo!
      Grazie per il commento :)
      hai perfettamente ragione… per noi sono inconcepibili, eppure in questo preciso istante da qualche parte nel mondo ci sono persone che stanno facendo i conti con delle guerre e vivono esperienze drammatiche.
      Spetta a noi, che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare questi racconti direttamente dai protagonisti, continuare a ricordarli e a tramandarli.
      un abbraccio da Leeds

      Silvia

  2. Salvatore Piu scrive:

    Carissima Silvia come sai gradisco molto leggere le tue lettere perché hai la capacità di trasferire un sogno;anch’io immagino di trovarmi su uno scoglio e ascoltare il calore e la sofferenza di uno zio;anch’io provo gli stessi sentimenti al pensiero di avere tanta fame da “gustare gli ossicini di un topo”.Ti invito a fare una raccolta di queste lettere meravigliose,ti saluto con tanta simpatia estasa a Stefano e al piccolo Michele.Ciao s.piu

  3. federico scrive:

    Cara Silvia,
    grazie di questo nuovo racconto che ho letto tutto di un fiato!
    un abbraccio a Te, Michele e Stefano. Continua a scrivere…
    A presto
    federico

    • angeliepietre scrive:

      Ciao Federico,
      grazie a te per aver letto il racconto, per il tuo commento e l’incoraggiamento!
      Un abbraccio da tutti noi.

      Silvia

  4. Gigia scrive:

    Ogni volta che leggo quello che scrivi riesco a penetrare completamente nella storia, nel tuo mondo, mi sembra di essere parte di esso, tanto più che ti ricordo benissimo a 13 anni. Questo e’ forse il racconto che mi e’ piaciuto di più!

    Ti abbraccio forte,

    Gigia.

    • angeliepietre scrive:

      Ciao Gigia!
      Che bello sentirti!I tuoi commenti, sempre affettuosissimi, mi fanno davvero piacere :)
      Spero di vederti presto e di conoscere la tua famiglia!
      Un grande abbraccio da Leeds

      Silvia

  5. Allegra scrive:

    Cara Silvia,
    Ci ha fatto tanto piacere leggere questo ricordo del nonno Diego, corrisponde fedelmente ai suoi racconti, se posso aggiungerei che i due inverni nella Russia bianca li ha trascorsi indossando due scarpe destre…la qual cosa sembra buffa, ma dev’essere stata alquanto scomoda!!! La mamma mi ha detto di avere due lettere che la zia Maria Mercedes le aveva dato che ti faremo avere.
    Spero che ci incontreremo presto, per ora un forte abbraccio a tutti
    Allegra

    • angeliepietre scrive:

      Ciao Allegra!
      Che piacere sentirti…e grazie per il tuo messaggio! I racconti dello Zio Diego mi hanno sempre incuriosita e purtroppo, a parte questo breve episodio che ho descritto, non ci sono state altre occasioni per approfondire l’argomento.
      Ma allora le famose lettere esistono! Mi farebbe molto piacere averne una copia…un pezzo di storia familiare (e non solo) :)
      Spero anch’io di vedervi presto!
      Un grande abbraccio

      Silvia

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